mercoledì 20 aprile 2016

SocialQuorum

Piattaforme Azalea A e Azalea B, dell'ENI, al largo di Rimini (foto Samuele Giatti)

Il referendum si è concluso. Niente quorum, pratica archiviata. Strano.
Eppure fino a sabato ognuno sui social lanciava la propria idea, chi con i canonici 140 caratteri, chi con pensieri più elaborati, altri addirittura con immagini. Di certo non si può dire che la votazione sia passata in sordina, tutti - ognuno con metodi diversi, chi prima chi dopo - sono venuti a conoscenza della chiamata alle urne. Ma perchè, quindi, l'affluenza ha sfiorato con difficoltà i 32 elettori su cento?
Coloro che, con tutte le forze a disposizione, hanno difeso fino alle 22.59 il "Sì", non hanno dubbi: è chiaramente un fallimento epocale della democrazia. E già alcuni propongono una modifica costituzionale (tanto quest'anno vanno di moda) per abolire l'odiato quorum. Utopia? Follia. Populismo? Demagogia.

La ragione che ha portato ad un così alto numero di adesioni al partito del divano non è la pigrizia, così come qualcuno ci vuol far credere, ma la sommaria e perturbata presentazione del problema all'opinione pubblica, risvegliata all'improvviso - come dopo un'incubo - in seguito allo scandalo che ha portato alle dimissioni del ministro Guidi. Da quel momento è capitato di tutto: inviti all'astensione da parte delle principali figure del panorama politico, campagne mediatiche con slogan degni dei peggiori giochi di parole adolescenziali, deformazione completa - da ambo le parti - del reale valore del referendum. Un quesito apparentemente semplice e di scarsa rilevanza, strumentalizzato e cammuffato sotto ogni aspetto - da quesito ambientalista, verso un'Italia priva di combustibili fossili, a mozione popolare di sfiducia al governo - con l'unico scopo di attirare più elettori nel lato "verde" della forza. La realtà dei fatti è ben diversa, a prescindere dall'esito del voto, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. Gli Italiani erano chiamati a scegliere se rinnovare le concessioni di estrazione in mare entro le 12 miglia dalla costa (44 concessioni su 69 totali) fino all'esaurimento del giacimento o, semplicemente, lasciarle scadere.
Nessuna rivoluzione verde, nessun cambiamento nelle politiche energetiche del nostro Paese. Per quello ci sono altre sedi ed altre modalità di esprimere le proprie idee ed opinioni, rispetto ad un Referendum abrogativo di una legge che, tra l'altro, già vieta il rilascio di nuovi permessi entro le acque territoriali. Gli interessi, dietro la scheda elettorale, sono prettamente economici. 
L'Italia è una delle nazioni in Europa con le royalties (versamenti delle compagnie agli enti pubblici) più basse. Nelle casse dello stato, le piattaforme incriminate hanno contribuito, nel 2015, con 38 milioni di euro, ai 352 milioni dell'insieme nazionale.
Cifre - nel complesso - magre, così come le estrazioni dal nostro sottosuolo. D'altronde, se così non fosse, probabilmente un referendum del genere non sarebbe mai passato per la mente di nessuno. E non saremmo nemmeno primi al mondo per la produzione di energia elettrica dal sole. Secondo l'ultimo rapporto dell'Agenzia internazionale dell'Energia, pare, infatti, che oltre l'8%  del fabbisogno energetico nazionale sia coperto dal fotovoltaico. Un grande traguardo, che sembra invisibile agli occhi di chi ha combattuto su tutte le pagine internet possibili contro le trivellazioni, in nome di un futuro più solare per i propri figli. 
Alle urne, nonostante tutto, il fatidico 50%+1 non si è raggiunto. Ancora una volta, siamo affogati in un mare di parole, si è detto tutto, troppo e niente, esprimendo più nella rete che sulla carta la propria idea. Si è preferita la tastiera alla matita copiativa. Ci siamo dimostrati un vero e proprio popolo da "SocialQuorum".

Samuele Giatti