lunedì 16 novembre 2015

Non facciamo di tutta l'erba un fascio

Ora è tempo di tornare lucidi e non generalizzare l'intera comunità islamica come terroristi
++Cronaca Vercelli si stringe in piazza contro il terrorismo


Un risveglio freddo per Parigi, un risveglio freddo per la Francia, per l'Europa, per il mondo intero.
Quello che è successo venerdì getta di nuovo la cronaca in una pagina nera come la notte e stringe l'umanità tutta attorno all'Île-de-France. Dieci mesi fa eravamo tutti "Charlie", quest'oggi siamo solo spettatori inermi ed ammutoliti di fronte ad una strage priva di senso, difficile da comprendere e da contestualizzare razionalmente. 129 anime innocenti vittime di un'aggressione volutamente mirata a civili, colpevoli unicamente di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La differenza tra l'attentato di gennaio e quello di ieri sta proprio nel movente che, se per l'attentato al giornale satirico era la bestemmia, l'insulto, la provocazione verso Maometto, per quello di venerdì non esiste una ragione precisa, un attacco folle che dissemina la paura, il terrore, la possibile minaccia di una sparatoria mentre si sorseggia il caffè al tavolino di un bar.
Ed è sopratutto in occasioni come questa che l'opinione pubblica si scinde, ed allo stesso tempo anche gli stessi giornalisti che tendono ad abbandonare l'oggettività che dovrebbe contraddistinguerli.


Queste sono le prime pagine di sabato 14 novembre, rispettivamente di "La Stampa" e di "Libero", la differenza salta subito all'occhio. Da un lato una presentazione oggettiva, comprensibilmente imprecisa - le informazioni nel corso della notte erano ancora troppo poche - dall'altro un titolo che cavalca il malcontento generale per il problema dell'immigrazione, unito ad una strumentalizzazione della strage, per camuffare tutto questo sotto l'involucro della "guerra di religione".
Ma può davvero esistere una guerra di religione? Nella storia si è abusato fin troppo di questo appellativo e l'esempio più lampante non possono che essere le crociate. Vere e proprie guerre combattute in nome di Dio e del papa come suo rappresentante sulla terra, che si sono rivelate in realtà un semplice strumento di profitto economico. Nessuna religione nel suo credo e nei testi sacri professa l'odio, al contrario tutte delineano una serie di precetti volti alla salvezza dell'animo, che quasi sempre concretizzano quello che sono le norme etiche che regolano la socialità e la vita quotidiana.
Tuttavia una grande fetta di popolazione resta convinta che questi pazzi, folli - non si trovano altri termini per descriverli - agiscano in nome di Allah così come vanno professando, per proteggere il mondo dagli infedeli e rovesciare gli equilibri del mondo così come lo conosciamo. Così nascono infiniti ed innumerabili gruppi di persone che ritengono una minaccia l'intero Islam, forse alla disperata ricerca di un nemico contro cui abbattersi quotidianamente, da discriminare, isolare, assalire verbalmente e fisicamente. Titoli come "Bastardi islamici" non fanno altro che dare sempre maggior adito ad offensive massicce contro innocenti rischiando, senza neanche comprenderlo, di creare una situazione analoga a quella instaurata dai terroristi, questa volta in senso inverso e in un certo senso più intense e prolungate nel tempo, godendo della taciturna accondiscendenza delle istituzioni.
Certo, se si osserva la situazione sul piano politico, questo non fa che servire su un piatto d'argento una grande fetta dell'elettorato a chi è in grado di inserire in un unico pentolone tutti gli ingredienti di malcontento comune. 
Il ritrovamento, poi smentito, di un passaporto Siriano tra i resti degli attentatori di Parigi, è stato etichettato come il trait-d'union decisivo per strumentalizzare il difficile tema dell'immigrazione e collegarlo direttamente con il fenomeno dilagante del terrorismo.
Quello che in fondo muove ed alimenta sempre di più questo pensiero xenofobo ingiustificato è l'ignoranza. Un'ignoranza intesa come il non-interesse verso l'attualità e il suo diretto collegamento con la storia, la mancata capacità di comprendere cosa sia realmente realizzabile al di fuori degli strilli e delle voci di partito. Aprire il pensiero alle tre dimensioni, togliendosi il paraocchi della propaganda, per capire come il mondo non si divida solamente tra buonisti e razzisti.

Samuele Giatti - Vercelli YouthNews