giovedì 14 maggio 2015

Trasmutazioni: Oltre l'uomo e la materia

Viaggio virtuale nella mostra aperta a tutti presso la confraternita di S.Vittore, guidati dalle parole del "cicerone" cartaceo presente all'ingresso

La locandina dell'evento



"L'universo è luogo di eterna trasformazione, dove omnia mutantur, nihil interit, cioè nulla perisce ma tutto si muta, come scrive Ovidio nel XV libro de Le Metamorfosi.

Tutto è soggetto a mutazione e cambiamento, in un ciclo incessante e inarrestabile. Non è solo la materia a corrompersi e a subire trasformazioni, ma siamo noi stessi a essere coinvolti in prima persona: la nostra pelle e il nostro corpo, giorno dopo giorno, recano i segni del trascorrere del tempo e dell'evoluzione della vita.



Come l'avvicendarsi delle stagioni altera la materia, fisica e chimica illustrano altre infinite modalità in cui ciò accade: semplici variazioni di temperatura e pressione provocano transizioni di fase, in cui non è la sua natura a cambiare ma semplicemente la forma.

Continue alternanze di processi fisici reversibili, rarefattivi o condensativi, avvengono ogni momento attorno a noi: evaporazione, sublimazione, liquefazione o solidificazione sono solo alcuni esempi di tali trasformazioni.

Se invece sono reazioni chimiche a coinvolgere molecole e particelle, è qualcosa di completamente nuovo e inaspettato ad essere generato.



Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma recita il postulato settecentesco di Lavoisier, primo principio di conservazione dell'energia, che sancisce come unica certezza a noi concessa il cambiamento continuo. L'ineluttabilità della trasformazione irreversibile di ogni cosa nell'universo, nonchè dell'universo stesso, trova scientificamente espressione nel principio fisico dell'entropia, grandezza che esprime il grado di "disordine" di un sistema, disordine inteso come numero di cambiamenti avvenuti.

Ma il termine trasmutazione, al di là dell'ambito oggettivo e scientifico in cui indica il processo di trasformazione, deriva dall'arte alchemica, che anticamente indicava con esso la leggendaria conversione dal metallo vile - come il piombo - in oro, considerata materia nobile per eccellenza. Ma in alchimia, la trasmutazione come maturazione dalla condizione "vile" a quella "nobile" non doveva esser limitata solo alla materia ma estesa all'umanità, nell'intento rigenerativo di liberare l'uomo da impurità e corruttibilità, raggiungendo così uno stato di perfezione.

Ed è proprio al cambiamento in questa chiave di lettura a cui l'uomo contemporaneo dovrebbe guardare, al di là dei vari processi fisici e chimici di cui, essendo costituito di materia, è costantemente in balia.

Ciò a cui ognuno di noi, con coscienza e determinazione, dovrebbe tendere, in quanto essere pensante e dotato di anima, è un'evoluzione spirituale, attraverso un percorso che possa condurre alla saggezza come a un maggior livello di consapevolezza.

La mostra di sculture di questi otto giovani artisti torinesi, tratta, nelle modalità più differenti, le "Trasmutazioni della materia", suggerendo però che sono altri - di natura etica, sociale o personale e interiore - ì tipi di cambiamento da perseguire e a cui ambire. Mutazioni e metamorfosi della materia si snodano in sequenza, nei modi più vari, spingendo lo sguardo, e non solo, a oltrepassare il dato tangibile: mai fermarsi all'apparenza poichè sono sempre sottili e implicite allusioni a trasformazioni di diverso ordine a esser contenute in ogní opera.


 

Un arto divelto da una statua, dove il gesso appare dilaniato alla stregua di carni straziate, rivela al suo interno ossa, fasce muscolari e ramificazioni di vasi sanguigni recisi. Decontestualizzato e privo di qualsiasi riferimento, a prima vista - ingannevolmente - pare il tentativo di render in qualche modo umano, più vivo e reale, l'ideale estetico tramandato dalla classicità, ma in realtà è un clejà-vu, che necessita solamente di essere individuato. NICCOLO' BORGESE cita infatti la pittura antica, la Creazione di Adamo di Michelangelo, rielaborandola in chiave contemporanea: il braccio di Dio da affresco diventa scultura, e da materia inerte si fa carne rappresentando con sintesi estrema la scintilla vitale che tramuta l'uomo, plasmato con la polvere del suolo, in essere vivente, così come viene narrato nella Genesi.




Se in Borgese la scultura diventa corpo, nelle opere di SIMONE BENEDETTO accade l'opposto, e le figure umane paiono qui essere state pietrificate da un imprevisto sguardo meduseo.

Ma la sua scultura muove dal figurativo, da una visione concreta, per comunicare in realtà qualcos'altro, di più smaterializzato: è alla consistenza della materia che viene affidato il compito di restituire visivamente lo scollamento, proprio della contemporaneità, tra reale e virtuale.

Le minacce invisibili di un presente ipertecnologizzato prendono corpo, trasformate in metafore visive, nell'intento di fornire exempla tangibili di ciò che accade ogni giorno, in relazione al web e alla sovraesposizione mediatica.

E così il cellulare - ormai oggetto-feticcio della nostra epoca, responsabile di aver reso il web prét-à-porter - nella serie Coltan Escape si trasforma in un buco nero, un mefistofelico aggeggio che divora, in modo inquietante e sempre maggiore, il nostro tempo e la nostra attenzione, e di conseguenza la nostra libertà di azione e di pensiero.

Come un ansiolitico multimediale riduce apparentemente la solitudine, mantenendo continuamente presente anche ciò che è assente: il risultato è quello di relegare sempre di più su un piano virtuale i rapporti interpersonali, rendendo superflua l'interazione fisica e reale tra individui, come mostra Together Alone.

E ancora sono persone prigioniere in teche trasparenti, esseri umani stoccati in casse accatastate come in un deposito, ciò che mostra a un primo sguardo Identity for Sale, anche se l'opera rappresenta in realtà l'ininterrotto traffico di informazioni che, in modo sotterraneo e impercettibile, attraversa il web.

Pochissimi sono coscienti del fatto che, in qualsiasi tipo di interazione on-line, vengono infatti subdolamente intercettati e catturati flussi ingenti, ininterrotti, di dati, vitali per qualsiasi ricerca di mercato. Sono le nostre identità ad essere trattate - e dunque raffigurate - alla stregua di merce di scambio: i nostri gusti, le nostre preferenze, i nostri ricordi, í nostri dati personali, cioè tutte informazioni riguardanti la nostra vita privata, che ogni giorno con leggerezza e inconsapevolmente riversiamo in rete.

Se Simone Bendetto trasforma in reale il virtuale, NAZARENO BIONDO rende eterno ciò che rappresenta l'effimero per antonomasia, ovvero scarti e rifiuti, che "riscatta" come monito per "l'eredità" che stiamo lasciando alle generazioni future. È una riflessione sulle conseguenze del consumismo sfrenato, sulla salvaguardia dell'ecosistema, senza dubbio questione oggi di primo piano, e su ciò che un domani costituirà testimonianza della civiltà della nostra epoca. Le sue opere sono dei veri e propri monumenti al rifiuto: rimasugli e detriti perfettamente riprodotti in marmo, spesso utilizzando il fuori scala, ironizzano - con molta serietà - sul concetto di durata pressochè eterna di certi materiali diversamente biodegrabili. Pacchetti extralarge di sigarette o di chewing-gum, bottiglie di plastica, contenitori di latte o succhi di frutta accartocciati, ovvero comunissimi oggetti che nel quotidiano non facciamo altro che gettare nella spazzatura: un gesto ripetuto infinite volte, che certamente è difficile elaborare come risultato complessivo, volendo fare un'ipotetica sommatoria. li rifiuto sí trasforma qui in opera d'arte addirittura in monumento, nel tentativo di essere perenne memoria di ciò che la società contemporanea ogni giorno produce in quantità inimmaginabile e con conseguenze future potenzialmente devastanti.


 

Dopo le vestigia dell'oggetto di consumo, rese imperiture da Nazareno Biondo, le opere di DANIELE MIOLA per soggetto raffigurato, per fattura e per il loro stato di conservazione, che risulta apparentemente precario, paiono quasi dei reperti archeologici. Le sue sculture evocano con le loro forme le antiche statuette delle veneri votive, in cui erano rappresentati, in modo accentuato ed esasperato, gli attributi fisici femminili, sinonimo di fertilità. Una delle trasformazioni per eccellenza è proprio il corpo della donna durante la gravidanza: il corpo muta per generare un'altra vita, per procreare, ma non è tanto questo il cambiamento a cui punta la ricerca dell'artista. Da inno e celebrazione della fertilità, alla continuazione della vita, le sculture di Miola in realtà trasmettono un altro messaggio, più profondo. A una più attenta disamina le morbide forme, simbolo di maternità, cioè seno e ventre, risultano infatti offese nella loro materia costituente da abrasioni, asportazioni e mutilazioni.

Se nell'antichità esse erano venerate come modelli di bellezza, tanto da assurgere a parametro estetico, oggi le logiche sono ribaltate e non solo risulta anacronistica questo tipo di raffigurazione, ma a maggior ragione è tale nella misura in cui sono stati completamente stravolti i canoni a cui esse si riferiscono. A essere chiamato in causa è il cambiamento del paradigma di bellezza contemporaneo, diventato aJtoreferenziale e artjiciale, che impone ormai quasi come fatto normale e consueto l'essere perennemente a dieta, come il ricorso alla chirurgia estetica, tramite cui, spesso con leggerezza e superficialità, parti del corpo vengono drasticamente modificate o esasperate.


 Una critica verso i contraddittori valori della società odierna è riscontrabile anche nella ricerca di RENATO SABAT1NO, le cui opere sono vere e proprie trasmutazioni formali e spaziali di oggetti di artigianato locale. Il vasellame in terracotta utilizzato, tornito personalmente dall'artista, perde le sue funzioni e connotazioni originarie, venendo riorganizzato e rielaborato in infinite combinazioni diverse, diventando così un corpo unico e acquisendo un'altra identità.

Morfogenesi contrarie danno luogo a Espansioni o Compressioni, di natura solo apparentemente differente perchè entrambe indossano identiche vesti di archetipi formali, di unità spaziali e volumetriche finite come il cubo, la sfera o il cilindro. Le espansioni, organismi biomorfi ed estro' versi, protesi con loro aculei verso l'esterno, alla conquista dello spazio circostante, emanano energia.

All'opposto le compressioni, volumi implosi e costretti da confini invisibili, agglomerati sofferenti, ripiegati su loro stessi, si compongono di una sommatoria di buchi neri che piuttosto che emanare energia, la assorbono. Discendente di artigiani vasai, dalla necessità di conservare le proprie radici, Renato Sabatino si riappropria in modo originale delle tradizioni familiari, rendendole insospettabilmente attuali, usando una tecnica antica che arriva a parlare un linguaggio contemporaneo.

Opere d'arte in cui i materiali e i rituali di esecuzione racchiudono la necessità di recuperare la nostra storia, come il bisogno di lentezza e concentrazione: una sottile critica al consumismo e all'esasperata tecnologizzazione, una personale reazione ai disagi e alle problematiche proprie di una contemporaneità in cui tutto scorre velocissimo e dove la progressiva perdita della memoria delle nostre tradizioni è ormai una certezza.



In un solco analogo si situa la ricerca di DANIELE ACCOSSATO, in cui però la citazione classicheggiante si alimenta di spirito irriverente, gioco e ironia, elementi costanti delle sue installazioni.

È un cambio di prospettiva, una mutazione di contesto e di punti di riferimento a coinvolgere i soggetti delle sue opere: sono sculture di ispirazione classica ad esser rimosse a forza dai loro piedistalli, letteralmente rapite e costrette in cassepronte al trasporto, con un'espressione terrorizzata che oscilla tra il caricaturale e il tragicomico, in palese contraddizione con la loro proverbiale compostezza e ieraticità.

Entrambe sono mise en scène dissacranti, ma nello stesso tempo riverenti, nei confronti della storia dell'arte: se da un lato si sottolinea l'importanza del passato, in qualità di sapere, bagaglio culturale e perizia tecnica da non perdere, dall'altro sono introdotti degli elementi del presente, perchè oggi l'arte ha il dovere di parlare di problematiche attuali, delle nostre sofferenze o inquietudini.

Amore rapito, citando la scultura classica Amore e Psiche del Canova, raffigura un angioletto legato e imbavagliato in una cassa da trasporto. L'opera denuncia e simboleggia la progressiva scomparsa dell'ideale dell'amore eterno, diventando così metafora dell'affettività anti-romantica contemporanea.

Chiamando invece in causa la più contemporanea Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, l'opera Venere Kidnapped, racconta ancora, anche se in altri termini, della trasformazione dell'ideale di bellezza classico, tramontato e negato non solo da un punto di vista estetico ma anche da quello artistico. Nella contemporaneità prevalgono infatti le idee e i concetti, e un'opera d'arte può non solo non essere bella da vedere, ma anche essere realizzata da terze persone.




Ma angosce, turbamenti o pericoli non risparmiano neppure il mondo dell'infanzia: in Indole sono innocui giocattoli a trasformarsi in nugoli minacciosi di piccole e inquietanti presenze, dando così corpo alle ansie e alle emozioni negative che ci accompagnano sin dalla più tenera età.

Ma passando da una trasmutazione all'altra non è stata ancora citata la più semplice e immediata, riproducibile in un qualsiasi momento e con una facilità disarmante, cioè quella causata dal processo di combustione.

Basta una banale fiammella per mutare pressochè qualsiasi oggetto o materiale nella sua riduzione ai minimi termini, ovvero in cenere.

La molteplicità dei significati simbolici che può assumere il fuoco può essere ricondotta a due aspetti fondamentali: il fuoco può essere infatti inteso sia come elemento di distruzione e giudizio, che come metafora di rinnovamento dell'uomo.

Post fata resurgo - dopo la morte torno ad alzarmi - recitava il motto dell'Araba Fenice, uccello mitologico noto per il fatto di risorgere dalle proprie ceneri. Il passaggio dalla morte alla resurrezione portò questa leggendaria creatura a diventare l'emblema della rinascita spirituale, nonchè del compimento della "Trasmutazione Alchemica", per gli alchimisti il processo misterico equivalente alla rigenerazione umana.


Verte proprio sulla combustione tutta la ricerca di VALERIA VACCARO. Ogni sua opera è come se fosse un'istantanea di quel processo, in cui l'attimo viene colto e reso perenne nel suo divenire.

Un istante fugace che viene eternato attraverso il materiale nobile per eccellenza se parliamo di scultura, cioè il marmo.

A bruciare e carbonizzarsi sotto i nostri occhi a ben vedere sono oggetti elementari, tanto semplici quanto necessari, come fiammiferi o pallet da trasporto. L'azione del fuoco diventa qui simbolo di rigenerazione, cioè dell'intervento dell'artista, trasformando e nobilitando legno di seconda scelta in marmo prezioso e oggetti all'apparenza mediocri, prodotti di serie B di un'industrializzazione progressiva, in opere d'arte sapientemente eseguite.




Oggetto e materia hanno sinora subito ogni genere di trasformazione, seppur facendosi carico di altri messaggi e significati, ma in ultima battuta la mutazione presa in esame da KIRIL HADZHIEV diventa di ordine filosofico.

In accordo con il pensiero di molti filosofi contemporanei (tra cui Judith Butler, Jacques Derrida) per Hadzhiev è il linguaggio a creare e condizionare la realtà, la sua percezione e le nostre idee. È uno strumento che se da un lato tenta di descrivere il mondo, dall'altro crea inevitabilmente un filtro, aggiungendo un grado di complessità che in realtà non sussiste.

È come se fosse la parola, e per estensione il linguaggio stesso, ad avere più peso nel definire l'oggetto piuttosto che non la sua "vera" natura: non esiste dunque veramente un'essenza delle cose (uomo incluso), ma siamo noi a fornire di senso tutto ciò che ci circonda.

Invisible or Inexistent chiama direttamente in causa il concetto filosofico di cosa-in-sé, di essenza così come viene definita da Aristotele nella Metafisica: «Ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un'altra cosa».

Una vecchia stadera sospesa, nel ruolo di archetipo di una bilancia primordiale, sfidando il buon senso comune segna quindi il peso di un invisibile - o inesistente? - grave, mentre su; suo piatto non giace altro che una scritta: the thing-in-itself (la cosa-in-sé).

A riprova di ciò anche un oggetto semplice e immediato come uria bottiglia di :atte, scomposto nelle sue parti secondo una grammatica visiva, si trasforma nella messinscena sibillina di Bottle of Milk: un contenitore di vetro vuoto viene unito, o meglio diviso, dal suo presunto contenuto free-standing da un isolato complemento di specificazione. Il tentativo di raffigurare il linguaggio, creando una relazione di corrispondenza isomorfica tra enunciato e opera d'arte, nel visualizzare indipendentemente ogni elemento che va a costituire l'oggetto nel suo complesso, ne complica la percezione unitaria, nonchè la comprensione.

11 linguaggio, visto come una convenzione e non come l'unico modo corretto e valido di descrivere il mondo, venendo ri-convertito dall'artista in immagini crea una sorta di cortocircuito, di andata e ritorno che ne evidenzia le difformità e la distorsione risultante rispetto all'oggetto di partenza.

Ecco che, al pari dei casi precedenti, anche qui il cambiamento - inteso come conseguenza del continuo cambio di prospettiva e di punto di vista - indica e significa qualcos'altro, ovvero che non esiste nulla di così definito, certo e indubitabile. Non esiste il vero o il falso, con distinzioni e contrapposizioni assolute: la verità non solo è sfumata, ma spesso è irraggiungibile e contorta.

Così per assurdo, anche in assenza di alterazioni fisiche di qualsiasi tipo, tutto risulta in costante mutamento comunque: in altri termini l'universo si conferma come luogo di eterna trasformazione, anche solo semplicemente considerando il fatto che esso muta ogni qualvolta cambia il punto di vista.


Costantemente in balia di mutazioni, causate da processi chimici e fisici che agiscono ovunque e ci attraversano, o  da travisamenti percettivi, che inevitabilmente deformano la realtà oggettiva, l'uomo contemporaneo dovrebbe reagire, cercando egli stesso di farsi agente di un cambiamento positivo, che se chiaramente non universale quantomeno può essere interiore.

Ogni opera, prendendo a pretesto le metamorfosi più varie, invita così a riflettere, evidenziando le distorsioni, le problematiche e le criticità proprie della società di oggi, perchè il primopasso verso un possibile cambiamento è sicuramente la presa di coscienza e la consapevolezza della loro esistenza."




Un nostro giudizio? La mostra è veramente interessante sotto tutti i punti di vista, location inclusa. Meriterebbe la visita anche solo per poter ammirare la splendida chiesa di S.Vittore aperta, come raramente accade. Assolutamente lodevole il cartello all'interno che consente non sono la libera ripresa di immagini, ma anche la possibilità di condividerle sui social network sull'onda del hashtag #dolcepiano di cui avevamo parlato a questo link. Un viaggio meraviglioso, tra opere vicine alla realtà quotidiana ed interpretazioni degli stili di vita verso i quali difficilmente soffermiamo i nostri pensieri.


Immagini e commento: Samuele Giatti
 Testo: *Fascicolo all'interno della mostra senza autore espresso*